E se internet — quel presunto salvagente globale — finisse per essere la prima vittima di ogni conflitto, ogni protesta, ogni mossa di potere?
L’Asia Pacific non ha solo sfiorato quella distopia nel 2025. Ci è cascata dentro. Di brutto. Il report fresco della coalizione #KeepItOn spara le cifre: 195 interruzioni internet nella regione, in 11 paesi. Oltre metà del totale mondiale di 313 blackout. Non un giorno senza, da qualche parte.
Il punto è questo. Non si tratta di guasti casuali o tempeste solari. Sono deliberate. Calcolate. I governi della regione — giunte militari, democrazie, tutto il mix — brandiscono l’interruttore come una mazza.
Perché i 95 blackout del Myanmar sembrano una guerra d’assedio digitale?
Myanmar. Epicentro. Novantacinque interruzioni. La giunta militare ne detiene la maggior parte — 76, per l’esattezza — ma ora il campo è affollato. Gruppi armati come l’Arakan Army, la Ta’ang National Liberation Army, persino il National Unity Government hanno dato il loro contributo. Guerra frammentata, blackout frammentati.
Dal golpe del 2021, i militari hanno trasformato le interruzioni in un’arma di guerra, imposte su tutto il paese e spesso in mezzo a conflitti attivi. Queste interruzioni hanno zittito comunità e fatto perdere vite.
Quel terremoto di marzo? Squadre di soccorso accecate. Ospedali isolati. Vite perse nella nebbia digitale. E udite questa: ora danno la caccia a Starlink. Arresti. Confische. Chiusura di punti d’accesso. L’internet satellitare era l’ultimo trucco per aggirare il muro della giunta — finché non lo è stato più.
Ma non è finita. Anche incursioni transfrontaliere. Le autorità thailandesi ne hanno causate due in Myanmar e Cambodia. La Cina una. I blackout non rispettano più le mappe.
In breve: sta diventando una repressione a rete.
L’India non è da meno. Sessantacinque interruzioni. Proteste. Scontri religiosi. Elezioni. Premgono il bottone come un orologio, senza storie. Il Pakistan ne conta 20. Stesso copione: controlla il racconto, schiaccia la folla.
L”democrazia” indiana sopravviverà a 65 blackout internet l’anno?
Democrazie che si buttano a capofitto sui trucchi autoritari digitali — ecco il cambio di paradigma che urla attenzione. L’India predica apertura, poi stacca la spina durante i disordini. Niente trasparenza. Niente ricorsi. Solo buio.
Il Nepal ha provato a bloccare 26 piattaforme social per regole di registrazione. Proteste scoppiate. Polizia ha sparato. Settantacinque morti, 2.000 feriti. Il governo ha battuto ciglio, tolto il blocco. Troppo tardi. Sangue sulla banda.
Afghanistan? Quattro interruzioni per sigillare il controllo talebano. Donne e ragazze — già rinchiuse — perdono le loro reti sussurrate online.
E il Bangladesh? Un raro raggio di luce. L’attivismo spinge una legge anti-blackout. La resistenza ribolle.
La mia visione unica — che il report sfiora appena: ricorda la guerra radiofonica del XX secolo nei focolai della Guerra Fredda, ma su scala miliardaria. Allora, Voice of America bucava la statica della Cortina di Ferro. Oggi? Starlink è la nuova onda corta, e i regimi APAC fiutano la minaccia. Previsione: entro il 2028, vedremo jammer droni sulle zone ribelli, una corsa agli armamenti spaziali per la censura.
I numeri non mentono. Afghanistan (4), Cambodia (2), China (2), India (65), Indonesia (2), Malaysia (1), Myanmar (95 — quel elenco è un who’s who dei signori della guerra), Nepal (2), Pakistan (20), Papua New Guinea (1), Vietnam (1).
Il perché è limpido: consolidare il potere. Le proteste muoiono senza WhatsApp. Le guerre infuriano invisibili. Le emergenze diventano fatali senza coordinamento.
Ma come? Tecnicamente, non è scienza missilistica. Hijack BGP. Veleni DNS. Strangolamento torri mobili. Tagli fibra. In Myanmar, blackout nazionali in piena battaglia. In India? Spegnimenti iper-locali, distretto per distretto, su ordine della polizia statale.
L’architettura più profonda? La normalizzazione. Da ri